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Il benessere si misura in molti modi

Negli ultimi anni si è sviluppata, a livello mondiale, una critica puntuale all’uso del Prodotto interno lordo come misura del benessere di una società. Proponiamo questo testo, tratto dal volume Eating Planet, quale introduzione all’argomento degli indicatori di benessere, campo nel quale BCFN svolge una intesa attività di ricerca e promozione.

Negli ultimi decenni, sia nel mondo occidentale sia nei paesi emergenti, si è fatta strada, in modo sempre più marcato, la sensazione che ci possa essere una significativa divergenza tra l’andamento delle variabili macroeconomiche e il benessere percepito dai cittadini: in altre parole, la crescita economica non sembra sempre capace di garantire, da sola, migliori livelli di benessere complessivo per la società.
Ciò accade non solo perché vi sono costi associati alla crescita che, seppur di difficile quantificazione, hanno però forti impatti sulla vita delle persone (come l’eccessivo sfruttamento delle risorse ambientali o l’ampia gamma di effetti negativi associati all’attività economica), ma anche perché gli indicatori di carattere economico che misurano la crescita trascurano, per la loro stessa natura, aspetti di carattere sociale e ambientale di fondamentale importanza per il benessere.
L’emergere di una più forte consapevolezza su questo fronte ha contribuito negli ultimi anni ad alimentare un vivace dibattito in merito all’efficacia degli indicatori fin qui maggiormente utilizzati per effettuare le grandi scelte economiche e politiche degli Stati. Il Prodotto interno lordo (Pil) è il principale protagonista di questo dibattito.

Cosa manca al Pil
Il Pil è la principale misura dell’attività economica di un paese. Si ritiene che la sua crescita nel tempo rappresenti per approssimazione la capacità di generazione di ricchezza di un sistema economico e dunque il livello di benessere economico dei suoi cittadini.
L’indicatore ha però assunto il ruolo di segnalatore chiave dell’intero sviluppo socioeconomico, assumendo nei fatti un ruolo che non gli compete. Al contrario, richiede di essere integrato con altre misurazioni di un’ampia gamma di fenomeni che influenzano le condizioni di vita dei cittadini, quali l’inclusione sociale, la disuguaglianza, lo stato dell’ambiente.
Si tratta di una riflessione già avanzata nel 1968 da Robert Kennedy, il quale – in un celebre discorso tenuto presso l’Università del Kansas – affermò: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. […] Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi […] Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.
Già nel 1934, l’ideatore del Pil, l’economista Simon Kuznets, chiarì al Congresso degli Stati Uniti che benessere e Pil sono due cose distinte: “Il benessere di una nazione (...) non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale”.

Come misurare il benessere
Il punto che emerge con maggior chiarezza dal dibattito in corso, ai diversi livelli (scientifico e politico), è che non è possibile caratterizzare il benessere secondo un’unica dimensione. Per quanto articolato possa essere, un elenco dettagliato dei possibili fattori in grado di incidere su una dimensione di benessere individuale è perciò destinato a essere necessariamente incompleto. Vale però la pena di ampliare il più possibile il numero di fattori utilizzati per la costruzione di indicatori di sintesi caratterizzati da elevato rigore statistico e metodologico.
Sulla scorta di questa considerazione, sono stati elaborati nel tempo numerosi indicatori multidimensionali descrittivi, costruiti con l’intento di misurare il benessere e la qualità della vita relativa a una certa nazione, regione, città, territorio. Si tratta, per esempio, di indicatori di scolarizzazione e formazione, di occupazione, di indicatori ambientali, relativi all’energia, alla sanità, ai diritti umani, ai redditi disponibili, alla dotazione infrastrutturale, alla sicurezza pubblica e privata, alle attività ricreative e culturali eccetera.
Il primo tentativo su scala globale di misurare il benessere di un paese considerando questi aspetti si può far risalire alla creazione dello Human Development Index (HDI, Indice di sviluppo umano) da parte delle Nazioni Unite nel 1990, ma è solo negli ultimi dieci anni che si sono moltiplicati gli sforzi in questa direzione. Nel 2007 la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Club di Roma, il WWF e l’OECD hanno organizzato una conferenza intitolata “Oltre il Pil” e nel 2008 è stata istituita una commissione composta da circa trenta economisti di rilevanza mondiale, presieduta dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen e coordinata dall’economista francese Jean-Paul Fitoussi – incaricata dal presidente francese di quegli anni, Nicolas Sarkozy, di studiare e proporre misure alternative del benessere. I lavori della Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress (“Commissione per la misurazione dei risultati economici e del progresso sociale”) sono stati pubblicati nel settembre del 2009 e costituiscono un passaggio obbligato per il lavoro di quanti hanno in seguito cercato di sviluppare nuovi indicatori di benessere.
Il processo avviato dalla Francia ha trovato seguito in diversi altri paesi del mondo (i primi sono stati Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Irlanda, Messico, Svizzera, Olanda). In Gran Bretagna, per esempio, l'allora premier David Cameron ha incaricato l’Istituto di statistica britannico di individuare nuove misure per sostenere i processi di valutazione delle politiche economiche.
In Italia, le due istituzioni tradizionalmente incaricate di misurare i dati economici del paese, l’Istat (Istituto nazionale di statistica), e il Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), organo di consulenza del parlamento sui temi di carattere economico, hanno avviato la costituzione di un Gruppo di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana, composto da rappresentanze delle parti sociali e della società civile, che ha presentato per la prima volta nel 2013 un rapporto sullo stato di salute del paese che include indicatori di benessere sociale, poi aggiornato e ampliato annualmente.
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