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BCFN Forum 2016: mangiare meglio, mangiare meno, mangiare tutti

Un susseguirsi di spunti di riflessione, dati scientifici e idee innovative. Tutto questo e molto altro nel corso della settima edizione del BCFN Forum su Cibo e Nutrizione svoltosi a Milano lo scorso 1 dicembre.

Il messaggio lanciato nella giornata milanese è chiaro sin dall’inizio: ciò che mangiamo influenza la salute delle persone e del pianeta. Possiamo e dobbiamo agire per cambiare il “sistema cibo” attuale e renderlo davvero sostenibile per tutti. “E per raggiungere questo obiettivo bisogna guardare al problema da una pluralità di punti di vista, da quello medico a quello economico e finanziario, senza trascurare quello sociale” dice nel discorso che ha dato il via ai lavori Gianmario Verona, Rettore dell’Università Bocconi che ha ospitato come da tradizione l’evento.

Un approccio multidisciplinare
Nutrire tutta la popolazione mondiale senza distruggere il pianeta. È questa la grande sfida che oggi ci troviamo ad affrontare e che può essere risolta solo con un cambiamento radicale dell’attuale sistema di produzione, lavorazione e distribuzione del cibo. “Siamo tutti d’accordo sul fatto che si debba cambiare, ma ancora non c’è un accordo su come arrivare al traguardo” spiega Stefano Zamagni, entrato recentemente a far parte del board BCFN. E al Forum 2016 si è discusso delle strategie vincenti in questo complesso scenario. “Non si può fare a meno di mettere l’uomo - e non solo il consumatore - al centro” sostiene Hilal Elver, Referente speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo. “La finanza non può essere l’unico criterio per gestire il futuro del cibo e del pianeta” le fa eco Guido Barilla, che nel suo intervento ha ricordato i numeri del problema e ha riassunto in poche parole il grande lavoro nascosto dietro lo slogan del forum e l’operato di BCFN. Le fondazioni hanno in questo contesto un ruolo di primo piano sia per sostenere progetti e idee innovative, sia per diffondere a diversi livelli la cultura della sostenibilità e per raggiungere i protagonisti del cambiamento a diversi livelli, dalle realtà locali più piccole e solo apparentemente meno importanti, ai policy maker e ai capi di stato. Se ne è discusso ampiamente nelle due tavole rotonde della mattinata e lo ha ribadito anche Livia Pomodoro del Milan Center For Food Law And Policy in un intervento nel quale ha sottolineato anche l’importanza di una regolamentazione chiara nel settore. Per incentivarla, lo stesso centro milanese, in collaborazione con BCFN, ha sviluppato la Right to Food Map, uno strumento interattivo che visualizza la presenza delle tematiche legate al cibo, al suo accesso e alla sua sostenibilità, nei media di tutto il mondo. “La Right to Food Map è uno strumento che dovrebbe aumentare la consapevolezza dei decisori in materia di accesso al cibo” ha spiegato Pomodoro. “È un modo per visualizzare l’interesse dei media, delle istituzioni accademiche e dei cittadini di un certo Paese nei confronti della tematica”.

Dalle parole ai fatti
Tante belle parole però non bastano. Questo è il momento di passare dalle parole ai fatti sostiene con forza Kanayo Nwanze presidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD), e BCFN ha accolto questo appello come dimostrano tre strumenti pratici proposti nel corso della giornata. Il primo è il Food sustainability Index, uno studio su paesi e città creato in collaborazione con l’unità di intelligence dell’Economist e presentato ufficialmente al Forum da Adam Green (Intelligence Unit presso The Economist) e Lucy Hurst (direttrice del EIU’s Public Policy, Economics and Politics consultancy per l’Europa). “Questo indice può diventare uno strumento per guidare le decisioni che riguardano il cibo” precisa Barbara Buchner, direttrice esecutivo, Climate Finance - Climate Policy Initiative e membro del board BCFN. Ma non è tutto. È stato annunciato il risultato di un’altra prestigiosa collaborazione, quella tra BCFN e Thomson Reuters: il Food Sustainability Media Award, un premio per i giornalisti che dedicano il loro lavoro ai temi del cibo e della sostenibilità. A presentare il premio c’erano Laurie Goering, climate editor della Thomson Reuters Foundation a Mario Calabresi, direttore de La Repubblica, che farà parte del comitato valutatore. Ultimo, ma non certo per importanza, il progetto BCFN YES!che ha coinvolto decine di giovani in tutto il mondo. Il progetto giamaicano, di due giovani donne Shaneica Lester e Anne-Teresa Birthwright, che prevede una strategia educativa per i contadini locali per di migliorare l’irrigazione nell’isola, si è aggiudicato quest’anno i 20.000 euro del premio.
Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University, ha ricordato che i cambiamenti climatici avranno un impatto importante sulla produzione di cibo: è quindi impossibile puntare a una produzione agricola sostenibile senza prendere di petto anche il tema del riscaldamento globale. Ha anche ricordato che l’attuale sistema di produzione di cibo non è sostenibile e che dovrà essere modificato in futuro, così come prevedono i Sustainable Development Goals della Nazioni Unite. Elemento chiave del cambiamento dovrà essere una politica di contenimento della crescita della popolazione mondiale.

L’impatto nutrizionale
Non basta produrre cibo sostenibile, bisogna anche produrre e distribuire cibo sano. Lo ha ricordato con una efficace carrellata di studi scientifici il direttore del Prevention Research Center dell’Università di Yale, negli Stati Uniti, David Katz. “Negli anni ’90 abbiamo capito quanto l’alimentazione e gli stili di vita influenzano lo sviluppo delle malattie croniche come diabete, obesità e malattie cardiovascolari” ha detto Katz. “Oggi sappiamo che il cibo agisce anche a livello del DNA ed è coinvolto in tutti i processi metabolici dell’organismo. La soluzione sta nell’educare le persone a scegliere una dieta sana e sostenibile, oltre che a smettere di fumare e a praticare attività fisica regolare”.
Uno strumento possibile è quello proposto da David Eisenberg, professore associato di nutrizione alla Harvard T.H. Chan School of Public Health. “Bisogna insegnare alle persone a cucinare perché chi cucina con ingredienti non pre-lavorati è mediamente più sano e vive più a lungo ha detto l’esperto americano, che dice di essersi ispirato, per questa campagna, alla sua infanzia trascorsa nella pasticceria del padre, a Brooklyn. È nato così il programma Teaching Kitchen Collaborative che propone corsi di cucina sana agli operatori sanitari, ai pazienti e ai comuni cittadini. E se gli Stati Uniti hanno dimenticato come si cucina in casa ormai da molti decenni, un fenomeno analogo sta investendo anche l’Europa, con la sempre maggiore diffusione di cibi preparati e pronti al consumo.

Dalla dieta mediterranea a quella tradizionale
Bisogna tornare alla dieta Mediterranea, ma quella vera”. Questo il messaggio della tavola rotonda a cui hanno preso parte Katarzyna Dembska, ricercatrice di BCFN, John Sievenpiper, professore di nutrizione all’Università di Toronto e Marcela Villarreal, che alla FAO si occupa di advocacy e sviluppo delle capacità dei cittadini in materia di cibo.
Le scelte nutrizionali, però, non possono prescindere da un cambiamento nei modelli di produzione che portino il prezzo dei cibi al livello del loro costo reale. “Attualmente le politiche agricole sostengono l’aumento della produzione e la riduzione dei costi, senza tener conto dei costi indiretti dovuti al consumo delle risorse naturali – dal suolo all’acqua – e ambientali” ha detto Hans Herren, presidente del Millenium Institute. Gli hanno fatto eco Marta Antonelli, ricercatrice BCFN, Matthias Meissner, del WWF tedesco, Amarjit Sahota, presidente di Organic Monitor e Ben Valk, responsabile dei finanziamenti nell’ambito delle politiche agricole e di sviluppo di Rabobank International.
Ha chiuso l’evento Elisabeth Rasmusson, direttore del World Food Program con un appello per la messa a punto di “interventi personalizzati”: “Noi di WFP abbiamo imparato due cose: che la malnutrizione si vince collaborando con i governi locali e che per farlo bisogna tenere in considerazione l’immenso patrimonio di conoscenze legate alla cultura locale. Spesso la soluzione è nella dieta tradizionale, basta conoscerla e, soprattutto, basta non stravolgere gli equilibri produttivi”.


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