Antropocene: l’era in cui l’uomo domina il Pianeta

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Antropocene: l’era in cui l’uomo domina il Pianeta

Antropocene: l’era in cui l’uomo domina il Pianeta

Viviamo in un’era in cui l’uomo e le sue attività rappresentano le principali forze alla base dei cambiamenti climatici e delle trasformazioni profonde del pianeta che si modifica per adattarsi alle nuove esigenze della specie umana.

L’antropocene, letteralmente l’era dell’uomo, definisce il periodo che stiamo vivendo, caratterizzato dall’azione predominante di una specie (l’uomo) sul Pianeta. Pur essendo solo una delle specie che popolano la Terra, l’uomo ha assunto un ruolo da protagonista, nel bene e nel male, rispetto all’ambiente e alle altre forme viventi, modificandole fino ad arrivare in alcuni casi a distruggerle. La specie umana è quindi oggi il principale motore delle mutazioni, dagli effetti negativi del cambiamento climatico ai cambiamenti positivi, indirizzati verso uno sviluppo sostenibile e portati avanti con consapevolezza, nel rispetto di ciò che ci circonda. 



Turbolenze e trasformazioni

L’antropocene mette gli scienziati e l’umanità intera di fronte a uno scenario fatto di mutamenti continui, turbolenze e di conseguenze inattese e sorprendenti. Lo spiegano bene gli esperti di GRAID, un programma finanziato dalla Swedish International Development Cooperation Agency (Sida), ricordando come le complesse interazioni che si sono sviluppate nell’era dominata dall’uomo fanno sì che le reazioni di un ecosistema siano del tutto inaspettate e diverse da quelle attese in base all’esperienza. In questo contesto è fondamentale tenere sempre presente il concetto di panarchia, ovvero dell’interdipendenza dei sistemi che compongono il pianeta. Le azioni compiute a un determinato livello hanno sempre conseguenze, più o meno evidenti e rilevanti, sugli altri livelli, in un pianeta interconnesso e legato da relazioni complesse e difficili da definire, specie per chi lavora per uno sviluppo sostenibile.

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 Ne sono un esempio gli effetti dell’attività umana sull’estinzione di molte specie viventi, ma anche sulla creazione di nuovi organismi. “In 12.000 anni si registra l’estinzione di 1.359 specie di piante e animali, ma di contro l’uomo ne ha riallocate 891 e ne ha domesticate 743 per un totale di 1.643 specie” spiega Joseph Bull dell’Università di Copenhagen, sottolineando come la creazione di nuove specie, così come l’estinzione di altre (cioè una crescente biodiversità), sia uno dei marchi dell’antropocene


Un “nuovo Rinascimento”

Dopo anni nei quali l’uomo ha agito senza preoccuparsi delle conseguenze delle sue azioni sull’ambiente (come i cambiamenti climatici e i danni alla biodiversità) e sulle altre specie viventi, siamo arrivati a una nuova fase dello sviluppo sostenibile: un antropocene più maturo nel quale la consapevolezza e l’attenzione agli effetti delle singole azioni è parte integrante dell’evoluzione. Le iniziative in questo senso non mancano in un periodo che è stato definito dagli esperti il “nuovo Rinascimento”. 

In America centrale, per esempio, organizzazioni come Nature Conservancy scendono in campo per cercare di salvare i coralli dai cambiamenti climatici che modificano inesorabilmente anche l’ambiente marino con progetti di “evoluzione assistita”, ovvero la creazione di nuove specie più adatte al nuovo ambiente modificato dalle attività umane. 

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Parte invece dalla McGill University, in Canada, il progetto Seeds of good Anthropocene portato avanti in collaborazione con lo svedese Stockholm Resilience Centre e con il sud-africano Centre for Complex Systems in Transition

“L’idea è quella di raccogliere e cercare di far germogliare i semi per arrivare a un antropocene positivo e un ambiente prospero e a sviluppo sostenibile” si legge nel sito dedicato al progetto. Questi “semi” sono rappresentati da iniziative di vario genere (sociali, economiche, urbane, eccetera) sparse in tutto il mondo, molte delle quali riguardano la catena agroalimentare come per esempio il ripristino di antiche forme di irrigazione in Spagna o il progetto di aumentare le aree produttive per raggiungere la sicurezza alimentare in una piccola valle della Colombia. 


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