Teaching kitchen: cucinando s’impara…la salute

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Teaching kitchen: cucinando s’impara…la salute

Teaching kitchen: cucinando s’impara…la salute

Uno stile di vita fatto di attività fisica e alimentazione sana è la base sulla quale costruire la propria salute, ma la teoria non basta: tutti, medici inclusi, devono “sporcarsi le mani”, magari in cucina.

Un ponte tra scienza della nutrizione, cura della salute e arte culinaria: ecco cosa rappresenta l’iniziativa Healthy Kitchens/Healthy Lives lanciata nel 2007 dalla Harvard University e dal Culinary Institute of America (CIA). Tra i promotori del progetto anche David M. Eisenberg, professore associato di nutrizione alla Harvard T.H. Chan School of Public Health che nel corso del Forum Internazionale BCFN su cibo e nutrizione che si è tenuto a Milano nel dicembre del 2016 ha presentato il progetto “Teaching kitchen collaborative”.

Conoscere la medicina non basta
Mio padre era un fornaio a Brooklyn e morì per un attacco di cuore alla soglia dei 40 anni. Fu un terribile shock e forse fu questa la molla che mi spinse a dedicarmi agli studi di medicina”. Comincia con una nota personale l’intervento di David Eisenberg al 7° Forum BCFN, per proseguire poi con una serie di dati su come lo stile di vita influenzi la salute. “La medicina ha fatto molto per prevenire le morti cardiovascolari, ma negli ultimi anni la diminuzione della mortalità si è arrestata” dice l’esperto che poi prosegue: “La verità è che i benefici per il cuore che derivano dalla medicina hanno raggiunto la saturazione e ulteriori miglioramenti dipenderanno da cambiamenti nella società e nel comportamento personale”. Proprio queste modifiche sono la chiave per invertire la tendenza negativa che oggi si osserva: i bambini americani sono i primi nella storia della nazione ad avere vite più brevi di quelle dei loro genitori, i numeri relativi all’obesità sono allarmanti così come quelli relativi al diabete che è quadruplicato negli USA dal 1980 a oggi. In altre parole, i grandi progressi della genetica e della medicina potrebbero essere superati dal peso della malattia, della disabilità e delle morti causate dal fatto che troppo persone mangiano troppo e si muovono troppo poco nel corso della vita.

Dai fornelli al paziente
La scienza parla chiaro: esiste una relazione tra tempo dedicato alla preparazione del cibo e obesità. Inoltre, cucinare frequentemente la cena a casa si associa a una dieta più sana e consumare pasti preparati a casa riduce il rischio di diabete. C’è però un problema: solo raramente medici ed esperti di cibo condividono appunti, informazioni e idee su come poter lavorare insieme verso un obiettivo comune di salute. “Riteniamo fondamentale la diffusione del progetto Healthy Kitchens,Healthy Lives, fatto anche di una serie di conferenze alle quali partecipano chef, medici, infermieri e nutrizionisti e durante le quali si parla di scienza e si preparano ricette salutari oltre che gustose. Con questo approccio molti professionisti della salute hanno capito che preparare piatti così è semplice e anche divertente” spiega Eisenberg ricordando che in questi incontri si parla anche di esercizio fisico e della relazione tra cibo e ambiente, con il sostegno insostituibile della doppia piramide BCFN.

In cucina si impara divertendosi
Ma tutto ciò ancora non basta. “Non esiste ancora un approccio che metta insieme tutte le conoscenze scientifiche sul tema in modo organico e divertente” dice Eisenberg che poi aggiunge: “Ecco perché sono nate le teaching kitchens, luoghi dove imparare, in una full immersion di vita sana”. Molti centri hanno già attuato tali programmi, ma sempre in modo autonomo, senza possibilità di condividere le modalità più efficaci. Nel 2016 è stata quindi lanciata la Teaching kitchen collaborative che coinvolge 26 tra le principali organizzazioni con un modello di teaching kitchen i cui rappresentanti si incontrano due volte l’anno per condividere esperienze e stabilire cosa funziona e cosa no, per valutare i modelli di insegnamento in popolazioni particolari (lavoratori, studenti, pazienti) e per stabilire un network di ricerca che valuti l’impatto e il ritorno degli investimenti.

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