Legumi, un’emergenza europea

Legumi, un’emergenza europea

10 Ottobre 2019

Legumi, un’emergenza europea

Un progetto di ricerca europeo dimostra come le strategie per incrementare il consumo di legumi debbano essere combinate.

La popolazione mondiale cresce e con essa la necessità di provvedere a un adeguato apporto proteico per tutti. Fagioli, lenticchie e ceci possono assolvere a questo compito con un ridotto impatto ambientale e costi inferiori a quelli necessari per produrre un analogo quantitativo di proteine di origine animale. Sul piano nutrizionale, oltre che fornire proteine, i legumi forniscono amidi a basso indice glicemico e fibre, e possono quindi essere utili nella prevenzione delle malattie metaboliche.

Lo conferma Bálint Balázs, ricercatore ungherese a capo dell’Environmental social science research group ESSRG che coordina una parte del progetto europeo Fit4Food2030 incentrato sulla sostenibilità della produzione alimentare.

Problemi di percezione

Il consumo di legumi era molto diffuso nell’area Mediterranea in passato, e meno nell’Europa continentale. Ma ora anche Paesi tradizionalmente consumatori di fave o lenticchie stanno abbandonando le buone abitudini. Tra le ragioni principali identificate dal progetto europeo, la fama di “cibo per poveri”, dato il basso costo. Un problema di percezione, ma anche un effetto importante sulla produzione e sul mercato, dato che i contadini non sono incentivati a coltivarli: non vi è abbastanza richiesta da parte dei consumatori, benché diversi programmi dell’Unione Europea ne supportino la produzione. “Solo il 5% del territorio europeo è coltivato a legumi” spiega Balázs. “L’agricoltura europea produce prevalentemente cereali, in circa i due terzi dei terreni coltivabili. C’è anche un problema di diversità: esistono circa 20.000 diverse tipologie di legumi, ma si coltivano prevalentemente soia e ceci e. in generale, non più di una decina di varietà”.

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Presidio ecologico

I legumi non sono solo una fonte di proteine ma un presidio ecologico: sono infatti in grado di assorbire azoto dall’atmosfera e trasferirlo al suolo, riducendo l’uso di fertilizzanti. Si tratta quindi di una coltivazione particolarmente adatta alla rotazione, che è il pilastro di una agricoltura sostenibile. L’Italia e la Spagna sono i maggiori consumatori di legumi in Europa e queste coltivazioni entrano nella rotazione di circa il 4% delle aziende agricole, secondo i dati raccolti dal progetto europeo. Dovrebbero invece essere almeno il 15-20%.

Per promuovere la produzione di legumi bisogna, secondo gli esperti, agire sia a livello di policy sia a livello individuale. 

Coltivare legumi diventa redditizio solo dopo qualche anno e quindi, anche se supportati economicamente, i contadini tendono a ritornare alle vecchie colture. Un esempio virtuoso è quello del Canada dove la coltivazione di legumi copre il 20% della produzione agricola. Alcuni prodotti canadesi, come le lenticchie, sono esportati in tutto il mondo. 

Bisogna anche agire sulla domanda, aumentando la richiesta da parte dei consumatori, puntando sul concetto di cibo sano piuttosto che di sostituto della carne, che relega i legumi in una nicchia del planning alimentare, in particolare per chi non decide di diventare vegetariano.

Non esiste una strategia unica per potenziare la produzione e il consumo di legumi” concludono gli esperti. “Bisogna agire su più fronti ma, soprattutto, bisogna cambiare le abitudini alimentari dei cittadini europei, riavvicinandoli ai piatti della tradizione mediterranea”.

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