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Il cibo cattivo dà al cervello

Sempre più studi collegano la qualità della dieta nell’infanzia con lo sviluppo delle abilità cognitive e le performance scolastiche, anche nei Paesi dove non si soffre la fame in senso stretto.

La diseguaglianza nell’accesso al cibo non è solo un problema dei Paesi in via di sviluppo, ma anche dei Paesi sviluppati e delle grandi economie mondiali. È quanto denuncia Mariana Chilton, professore associato della Drexel University School of Public Health e direttore del Center for Hunger-Free Communities, un centro di ricerca con sede a Philadelphia che studia gli effetti della malnutrizione negli Stati Uniti.
La malnutrizione non è solo carenza di cibo in assoluto: è anche l’accesso al cibo in modo saltuario oppure l’accesso a cibo di scarsa qualità nutrizionale” spiega Chilton.
Negli Stati Uniti, per esempio, vi sono oltre 46 milioni di famiglie che accedono al Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP), un programma di assistenza sociale che fornisce buoni (food stamps) del valore medio di 261 dollari al mese per acquistare cibo. Per molte famiglie, questa è l’unica fonte di reddito disponibile e ciò si traduce nell’acquisto del cibo più a basso costo, che è spesso quello industriale di scarsa qualità.

Gli effetti sul cervello
Il centro di ricerca di Philadelphia conduce anche, dal 2014, un monitoraggio dello stato di salute dei bambini appartenenti alle famiglie che accedono a questo tipo di strumento sociale. Anche nel campione esaminato in USA, così come segnalato da numerosi studi precedenti, si nota una relazione diretta tra qualità dell’alimentazione e stato di salute generale. “Ciò che però è preoccupante” spiega Chilton “è l’effetto di un cibo di scarsa qualità sulle capacità cognitive dei bambini, che risultano ridotte e compromesse. In pratica una cattiva nutrizione incide sullo sviluppo del cervello, limitandone le potenzialità”. Per questo la Chilton, invitata nel 2014 a presentare i suoi dati al congresso dell’International Neuroethics Society, non ha esitato a definire la situazione nutrizionale di molti bambini nel suo Paese “una questione di diritti umani, perché non riguarda solo l’oggi, ma la possibilità stessa per questi bambini di elevarsi, grazie alle proprie capacità, al di sopra della situazione sociale ed economica dei propri genitori”. Per chi mangia male, niente sogno americano.

I limiti degli studi
Fare ricerca in questo settore è molto difficile, perché le variabili che possono influenzare le prestazioni cognitive sono tante e i nuclei familiari che mangiano male sono anche quelli in cui si verificano altre situazioni socialmente complesse (dalla mancanza di un alloggio stabile alla tossicodipendenza fino ai maltrattamenti fisici e psicologici) che possono a loro volta giustificare una scarsa performance cognitiva. Tuttavia, gli ultimi studi disponibili in materia ripuliti dei cosiddetti fattori confondenti, sembrano confermare l’impatto della nutrizione sulla capacità di memoria e di attenzione dei più piccoli, in particolare quando allo squilibrio nutrizionale si associano sovrappeso e obesità. Uno studio canadese, pubblicato nel 2008 sul Journal of School Health, ha per esempio messo in relazione la performance scolastica di ragazzini di quinta elementare e di prima media con la qualità della loro alimentazione misurata attraverso il Diet Quality Index, un indice di qualità della composizione dei pasti. Più basso risultava l’indice, più deficitari erano anche i loro risultati scolastici.
Nella stessa direzione vanno anche le revisioni degli studi di base su come il cibo influenza la plasticità cerebrale, ovvero la capacità del nostro cervello di adattarsi alle richieste ambientali.
Da molto tempo si sospetta che la relativa abbondanza di alcuni nutrienti abbia influenzato lo sviluppo delle capacità mentali della specie umana” spiega Fernando Gomez-Pinilla che nel 2009 ha pubblicato su Nature Review Neuroscience una revisione di oltre 160 studi sulla relazione tra alimentazione e funzioni cognitive. “Più va avanti la ricerca in biologia molecolare più siamo in grado di ricostruire il modo con cui i fattori dietetici agiscono sul funzionamento dei neuroni. Questi studi ci forniscono anche solide basi teoriche per affermare che uno squilibrio o, peggio, una mancanza di determinati componenti nell’alimentazione possa compromettere le capacità cognitive”.
Dare fondamento scientifico a quanto hanno intuito già nel passato educatori ed epidemiologi può incentivare la condivisione e lo sviluppo di iniziative come il Protocollo di Milano , promosso da BCFN, che hanno tra i loro scopi l’accesso continuativo al cibo di qualità e non soltanto a una certa quantità di calorie per tutti i bambini del mondo. Perché un cibo non vale l’altro e l’insicurezza alimentare non agisce sul cervello solo a livello psicologico, esponendo i più piccoli alla fame, ma modifica il loro cervello a livello ma anche a livello biologico, incidendo sulla funzione e la plasticità neuronale, rendendo faticoso il percorso di crescita, apprendimento e socializzazione.
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