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Disturbi alimentari: la prevenzione è fondamentale

L’identificazione di fattori di rischio precoce permette di intervenire sulle mamme per evitare che inducano nei figli comportamenti sbagliati nei confronti del cibo. Stefania Sinesi, psicologa e psicoterapeuta, ha fondato una onlus, NEVER GIVE UP, che aiuta gli adolescenti alle prese con queste malattie.


I problemi con il cibo, peso ed immagine corporea possono, spesso, sfociare in un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione. Anoressia e bulimia colpiscono in Italia quasi quattro milioni di persone, mentre l’obesità è una condizione medica, in constate aumento nel mondo, che riguarda all’incirca l’11% della popolazione italiana. In tutte queste situazioni, riappropriarsi di regime alimentare coretto è fondamentale e la psicologia può fornire un aiuto strategico, soprattutto quando sono i più giovani a essere colpiti.
Stefania Sinesi, giovane psicologa e psicoterapeuta, che ha studiato all’estero, e ora docente a contratto presso l’Università degli Studi di Perugia, ma soprattutto presidente e responsabile scientifico di NEVER GIVE UP , una onlus per la prevenzione e il trattamento dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione fondata nel 2014 con l’obiettivo di prevenirli e trattarli, intercettando i fattori di rischio. Con lei abbiamo parlato di quanto i disturbi dell’alimentazione interferiscano con la salute dei più giovani.

Quanto sono diffusi oggi i disturbi alimentari e quali sono le categorie più a rischio?
Per quanto riguarda l’Italia, i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, così definiti dall’ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), stanno assumendo le caratteristiche di una vera e propria epidemia sociale, con esordi sempre più precoci, talvolta già nella fascia tra gli 8 e i 13 anni.
In Italia sono più di tre milioni le persone colpite, di cui più della metà sono ragazzi tra i 12 e i 25 anni.
Il dato più preoccupante è che, in questa fascia d’età, anoressia nervosa e bulimia nervosa, due tra i principali disturbi di questa sfera della salute, costituiscono la prima causa di morte per malattia. Non si ritrovano altri esempi di disturbi psichiatrici con una diffusione di simile portata.
Specialmente per i preadolescenti e gli adolescenti, è difficilissimo riconoscere di aver bisogno di aiuto e rivolgersi a un professionista, per vergogna, timore e paura di essere giudicati: secondo i dati in nostro possesso, infatti, soltanto una piccolissima percentuale di chi soffre si rivolga ai servizi di cura.
È importante sottolineare, infine, che si tratta di malattie molto trasversali nella popolazione, che affliggono maschi e femmine, giovani e adulti, di tutte le classi sociali, anche se, nell’immaginario collettivo, si tratta di patologie molto stereotipate dal punto di vista del genere.

Le cause sono di natura più biologica o più ambientale?
Tali disturbi hanno all’origine diverse cause e diversi sono i fattori di rischio: psicologici, genetici, sociali, culturali, oppure legati a eventi della vita, a vissuti traumatici, lutti o modelli, che possono concorrere all’insorgenza dei disturbi nei confronti del cibo, ma che rappresentano, il più delle volte, solo la punta dell’iceberg di un disagio ben più profondo.

È giusto e corretto considerare l'obesità tra i disturbi dell’alimentazione come l'anoressia e la bulimia? E, nel caso, che cosa distingue l'obesità dalle altre due patologie?
La definizione e, quindi, la diagnosi seguono criteri diversi. La stessa cosa accade per la collocazione nell’ambito della attuale classificazione delle malattie. L’obesità̀ è una condizione definita su base anatomica: è un eccesso di massa grassa associato, di solito ma non sempre, a un eccesso di peso corporeo e, quindi, di indice di massa corporea (il criterio diagnostico è infatti la presenza di un IMC maggiore o uguale a 30). Essa viene classificata dall’ICD-10 (il Manuale Internazionale di Classificazione delle Malattie) nel quarto capitolo (malattie metaboliche) e non figura quindi come patologia a sé nel DSM-5 (cioè tra le malattie psichiatriche e mentali) anche se è statisticamente associata ad alcuni disturbi mentali quali il binge eating (la tendenza alle abbuffate), la depressione e persino il disturbo bipolare e la schizofrenia. I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione veri e propri sono definiti, invece, su base psico-comportamentale.
L’obesità e il sovrappeso sono considerati però potenziali fattori di rischio sia per disturbi collegati alla “restrizione” dell’alimentazione sia per quelli caratterizzati da abbuffate seguite da tentativi di eliminazione (attraverso il vomito o l’uso di purganti), tipici dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
Sarebbe quindi auspicabile arrivare a un modello di malattia di tipo “integrato”, che tenga conto sia dei fattori psicologici sia di quelli biologici e che permetta di progettare interventi di prevenzione multidisciplinari e non frammentari, che affrontino insieme, e in modo coerente, i disturbi dell’alimentazione (anoressie, bulimie e anomalie sotto-soglia, cioè comportamenti non ancora sufficientemente gravi da configurare una vera e propria diagnosi ma sufficientemente frequenti o intensi da interferire con la normale vita della persona) e quelli del peso corporeo (sovrappeso e obesità̀).

Lei è nel comitato scientifico della onlus NEVER GIVE UP che si propone di trattare i problemi di cibo, peso e immagine corporea: in che modo questi tre elementi sono in relazione?
Sì, sono socia fondatrice, presidente e direttore scientifico di NEVER GIVE UP, una onlus che si occupa della prevenzione e del trattamento dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. NEVER GIVE UP è presente nella mappa delle strutture e delle associazioni che trattano i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, in Italia, a cura del Ministero della salute e della presidenza del consiglio dei ministri.
Il comitato scientifico di NEVER GIVE UP è formato da professionisti che operano ai massimi livelli in strutture di spicco, in Italia e all’estero, nell’ambito della ricerca e del trattamento di questi disturbi.
Uno dei nostri obiettivi è quello di abbattere le barriere a chiedere aiuto e poter intercettare tempestivamente disagi con cibo, peso e immagine corporea, prima che diventino un vero e proprio disturbo. Durante l’adolescenza, infatti, a causa dei cambiamenti che si verificano in questa fase, si possono attraversare periodi di insoddisfazione di sé; nel caso in cui tale insoddisfazione permanga, potrebbe trasformarsi in un vero e proprio disagio verso l’immagine corporea con implicazioni e problemi anche in relazione al cibo e al peso.
Oggi, la maggior parte degli adolescenti che presenta questi problemi cerca informazioni su internet e rischia di finire su migliaia siti, forum e blog pro-anoressia e pro-bulimia, i cosiddetti siti pro-ana e pro-mia, vere e proprie community create dagli stessi adolescenti, in cui condividono il loro disagio. In queste community, purtroppo, sprofondano in un baratro che incita all’anoressia, al vomito autoindotto e all’autolesionismo, attraverso la propaganda di consigli pericolosi e di comportamenti disfunzionali, mirati al controllo o alla perdita di peso.
Una serie di studi, di matrice anglosassone, ha messo in luce che la motivazione che spingerebbe gli adolescenti a frequentare tali community non è l’autodistruzione ma, piuttosto, il bisogno di condividere il proprio disagio senza essere giudicati
Partendo da questi presupposti, NEVER GIVE UP ha sviluppato una piattaforma online, gratuita e accessibile, facilitata da un team multidisciplinare di professionisti (psicologi e altri professionisti con esperienza) che offre supporto sulla base di esperienze, già validate scientificamente e maturate in contesti clinici e di ricerca internazionali, rivolte ad adolescenti che hanno problemi con cibo, peso e immagine corporea e alle persone a loro vicine (familiari, amici, insegnanti). Al momento, NEVER GIVE UP offre un servizio di help-mail. Scrivendo all’indirizzo sos@never-give-up.it, NEVER GIVE UP si impegna, possibilmente nelle 24 ore dalla ricezione della email, ad indirizzare l’utente ad effettuare un consulto gratuito presso uno dei professionisti del team oppure presso strutture indicate nella mappa redatta del Ministero.

Quali sono i fattori protettivi nei confronti dello sviluppo dei disturbi alimentari? E quali le strategie attive di prevenzione?
Tra i vari fattori protettivi si annoverano l’accettazione del proprio corpo, l’autostima, la resilienza e le relazioni positive con il contesto familiare.
L’accettazione del proprio corpo gioca un ruolo fondamentale fin dalle fasi più precoci dello sviluppo. Uno studio anglosassone mostra che punteggi elevati nella scala dell’autostima all’età di 8 anni e mezzo costituiscono un fattore protettivo, in grado di a contrastare lo sviluppo dell’insoddisfazione per il corpo e l’insorgenza di un comportamento alimentare disturbato durante l’adolescenza.
L’obiettivo delle strategie attive di prevenzione è quello di intercettare, attraverso programmi integrati e sempre più precoci, possibili fattori di rischio e di protezione. In particolare, maggiore attenzione dovrebbe essere dedicata alle prime fasi dello sviluppo, soprattutto fra i 2-5 anni di vita del bambino, periodo spesso caratterizzato da un rifiuto alimentare verso cibi. Si tratta di una fase normale, nella quale prevalgono antichi meccanismi di protezione, assieme alla presa di coscienza della propria esistenza. Tuttavia, in contesti ad alto rischio patologico, questi rifiuti, a volte anche molto violenti, possono causare nei genitori preoccupazione, ansia, sfiducia e senso di colpa per la loro incapacità di alimentare adeguatamente il proprio figlio, gettando le basi per lo sviluppo di quelle forme di anoressia, bulimia e binge eating, che si potrebbero manifestare più avanti nell’adolescenza.
Pertanto, risulta fondamentale strutturare programmi di prevenzione basati sull’intervento precoce.
Il team del Children’s National Medical di Washington D.C., diretto da Irene Chatoor, di cui ho fatto parte, utilizza l’osservazione e la valutazione dell’interazione alimentare tra madre e bambino già nella fase dell’allattamento in modo da intervenire precocemente, intercettando i fattori di rischio e promuovendo i fattori protettivi, cioè quelli volti a prevenire lo sviluppo di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione nelle successive fasi di vita.
Sarebbe auspicabile istituire programmi di prevenzione rivolti alle future mamme, che siano in grado di sensibilizzare le madri sull’importanza di adottare comportamenti protettivi già durante la gravidanza.

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