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Cibi meno processati per nutrire tutti (e meglio)

L’industrializzazione dei processi di produzione ha cambiato la natura dei cibi che consumiamo, soprattutto dei carboidrati.Il ricercatore esperto di diabete Camillo Ricordi spiega perché questo è un problema e come correre ai ripari.

Le moderne tecnologie agricole e di lavorazione del cibo hanno avuto un ruolo importante nel fornire prodotti alimentari su larga scala convenienti e facilmente accessibili. Tuttavia l’industrializzazione della produzione alimentare è andata di pari passo con la diffusione di epidemie di malattie croniche come l’obesità, il diabete e le malattie neurodegenerative. Queste si stanno ora diffondendo in tutto il mondo, dall’America settentrionale all’Europa, all’Australia, al Medio Oriente e persino all’America meridionale e ai paesi asiatici che, come il Giappone, hanno storicamente goduto di una vita media tra le più lunghe e sane del pianeta.
Di fatto, si stima che ora un terzo della popolazione degli Stati Uniti sia affetto da malattie croniche o incurabili, mentre l’obesità e le epidemie di sindrome metabolica hanno favorito un drammatico aumento nell’incidenza del diabete, di cui ora soffrono 392 milioni di persone sul pianeta. La ricerca scientifica ha dimostrato che esiste un collegamento tra queste malattie e l’adozione su larga scala di una dieta occidentale ad alto contenuto di carne e prodotti caseari lavorati industrialmente e un alto consumo di prodotti contenenti farine raffinate.
Di questo si è parlato tra attori della filiera della produzione e del consumo di carboidrati in un meeting multidisciplinare promosso da BCFN e che si è tenuto a Parma, in Italia, alla fine di settembre. Di questo si parlerà ancora nel corso dell’International Forum on Food and Nutrition in programma a Milano il 1 dicembre 2016.

Alla base c’è l’infiammazione
Tra i fattori scatenanti specifici dell’obesità e delle epidemie di malattie croniche vi sono stati l’aumento del consumo di prodotti caseari ricchi di acidi grassi a catena lunga, con effetto pro-infiammatorio, e carboidrati raffinati ad alto indice glicemico (IG), come patate, riso raffinato e prodotti da forno (pane, pizza, biscotti), lavorati con oli vegetali raffinati o frazionati ricchi di acido linoleico, il precursore dell’acido arachidonico (anch’esso considerato un pro-infiammatorio della serie degli omega-6). Questi prodotti, e specialmente certe combinazioni, possono stimolare le pareti delle cellule a secernere prostaglandine, che possono causare una reazione infiammatoria nell’area circostante.
I cibi ad alto carico glicemico (CG, cioè ricchi di zuccheri) e alto indice glicemico dovrebbero essere consumati raramente e a piccole dosi, anche in relazione all’età e a considerazioni sull’attività fisica e sullo stile di vita, ma generalmente dovrebbero essere ridotti e molto razionati (o evitati del tutto) in soggetti sovrappeso e in coloro che soffrono di sindrome metabolica, sindrome dell’intestino irritabile, disfunzioni della cistifellea e altre malattie croniche degenerative.
Tutti i produttori di cibo dovrebbero essere incoraggiati a produrre alimenti a basso IG e basso CG, ma anche a evitare l’uso di alcuni tipi di proteine, zuccheri, farine e grassi non sani. Se così fosse, si potrebbe avere un doppio vantaggio: potrebbero essere usati come nuovi richiami salutistici per i prodotti, innalzandone il valore commerciale, e anche soddisfare la nuova tendenza ad abitudini alimentari sane e alla prevenzione delle malattie.

Un claim per il futuro
L’International Forum on Food and Nutrition promosso da BCFN a Milano ha scelto come tema l’affermazione “Nutrire meglio, nutrire meno e nutrire tutti”. Da ricercatore esperto di diabete questa mi sembra l’unica strategia sensata. Nutrire meglio significa puntare sulla qualità, ridurre zuccheri semplici e carboidrati ad alto IG, scegliere cibi dalle note capacità antinfiammatorie, dato che l’infiammazione è alla base di molte malattie croniche degenerative. Significa aumentare il consumo di acidi grassi omega 3, polifenoli e antiossidanti, sempre facendo attenzione all'impatto ambientale degli alimenti selezionati.
Nutrire meno significa controllare le porzioni, ordinare un piatto ma dividerlo in due, ridurre lo spreco alimentare, comprare solo quello che serve e ordinare quello che si può e si dovrebbe consumare. Per fare questo bisogna incentivare i ristoratori a introdurre le “porzioni benessere”, con quantitativi ridotti e più salutari.
Infine per nutrire tutti basterebbe ridurre di un quarto lo spreco alimentare e l’uso di prodotti agricoli destinati ai biocarburanti o per la nutrizione intensiva degli animali da carne. Con questo semplice gesto si sfamerebbero centinaia di milioni di persone malnutrite o che soffrono la fame e si ridurrebbe il consumo di carne, con un guadagno anche in termini di salute.

Prof. Camillo Ricordi,direttore del Diabetes Research Institute and Cell Transplant Program, University of Miami, membro dell’Advisory Board di BCFN
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