Cambiamenti climatici: un 2018 deludente richiede sempre più impegno per il futuro

10 Gennaio 2019

Cambiamenti climatici: un 2018 deludente richiede sempre più impegno per il futuro

La COP24 di Katowice si è conclusa con pochi impegni concreti e con importanti Paesi, come gli USA, pronti ad abbandonare gli impegni presi per contenere i cambiamenti climatici. Ma nel futuro, una nuova spinta potrebbe venire proprio dalla società civile.


Il 2018 doveva essere l’anno chiave per la lotta ai cambiamenti climatici. Già a gennaio il World Economic Forum, tramite il Global Risks Perception Survey, evidenziava che i rischi ambientali legati ai cambiamenti climatici sono in crescita: la biodiversità del nostro pianeta era (ed è) a rischio, i sistemi agricoli in difficoltà, l’inquinamento del mare e dell’aria una minaccia sempre più seria per la salute umana. In primavera, anche il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono stati scenario di importanti dibattiti sulle soluzioni a basso impatto ambientale durante l’annuale summit di Washington DC, mentre a giugno, in Canada, si è svolto il G7 che aveva, tra gli argomenti chiave delle discussioni, l’energia pulita. Vi erano quindi tutte le carte in regola perché la COP24 di dicembre, la 24esima Conferenza quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è riunita a Katowice, rappresentasse l’apice di questi dodici mesi, per giungere finalmente ad un punto di svolta: obiettivo non del tutto centrato anche nei dettagli più banali ma simbolici, come hanno fatto notare con qualche dispiacere gli esperti del settore.

Alimentazione sostenibile? Non nel menu della COP24.

Visti gli ultimi rapporti sui cambiamenti climatici, limitare il consumo di alimenti di origini animale e promuovere quindi un’alimentazione sostenibile è prerogativa essenziale. Suona pertanto strano che il menu alla COP24 fosse a base di carne. Tre organizzazioni no profit avevano segnalato fin da subito l’incongruenza: nell’analisi compiuta dal Center for Biological diversity, Farm Forward e Brighter Green, evidenzia che se tutti avessero scelto piatti a base di carne durante i 12 giorni della conferenza, il menu della COP24 avrebbe prodotto circa la stessa quantità di gas serra di 500.000 galloni di benzina, ovvero quasi 20 m3. "Il menu offerto sembra ignorare completamente il clima", aveva dichiarato Fabrice DeClerck, Science Director di EAT, in una dichiarazione inviata a Bloomberg. La scelta di un’alimentazione sostenibile e quindi della riduzione del consumo di carne, proseguiva, è "il singolo più grande cambiamento del sistema alimentare che può essere fatto a sostegno del clima". "Abbiamo bisogno di politici coraggiosi che non abbiano paura di sanzionare le industrie che non raggiungono gli obiettivi climatici" ha detto Ursula Hudson, presidente di Slow Food Germania e membro di Slow Food International, ricordando che due terzi delle emissioni del settore agricolo sono dovute proprio all'allevamento del bestiame.

Deluse le aspettative

Se da una parte le Nazioni Unite festeggiano il successo della COP24 di Katowice con un Presidente  Michał Kurtyka che parla di traguardo storico, e Patricia Espinosa, segretaria esecutiva dell’UNFCCC (l’agenzia delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico), di risultato eccellente, in molti si aspettavano qualcosa di più: per lo meno regolamentazioni condivise e linee guida su come attuare concretamente l’accordo di Parigi e ridurre così le emissioni e il riscaldamento globale, contribuendo così a contenere i cambiamenti climatici

Invece, dopo due settimane di trattative, l’incontro si è concluso senza la decisione fondamentale circa il rialzo dei contributi nazionali alla riduzione delle emissioni, ma con la promessa che se ne parlerà di nuovo l’anno prossimo. Un arretramento nella volontà politica prevedibile dopo che USA, Russia, Arabia Saudita e Kuwait avevano rifiutato l’ultimo rapporto dell’IPCC (l’Intergovernmental Panel on Climate Change, che offre una visione molto concreta dei cambiamenti climatici e quantifica la differenza degli impatti tra un aumento di 1,5°C contro un aumento di 2°C di temperatura media globale). Un ritardo dovuto anche alle richieste di emendamenti di Brasile e Turchia che non fa ben sperare per le sorti del pianeta proprio ora che, dopo anni di stabilità, le emissioni di carbonio sono tornate a salire. Nonostante le fonti rinnovabili costino meno di un tempo, non sono ancora sufficientemente diffuse e petrolio e carbone rimangono ancora il motore dell’economia mondiale. 

La sopravvivenza della Terra dipende da mezzo grado, ha detto l’IPCC: se continueremo a emettere gas serra ai ritmi attuali, entro il 2040 raggiungeremo quota +1,5°C rispetto all’era pre-industriale (ora siamo già a +1°C) e dopo 2050 arriveremo a +2°C, con conseguenze catastrofiche: oltre 400 milioni di persone saranno esposte a siccità, molte specie animali si estingueranno, scompariranno le barriere coralline, e il livello del mare salirà di 56 cm inondando le zone costiere.

Per raggiungere un accordo sul contenimento dei cambiamenti climatici, bisogna scendere a compromessi. E il testo finale di 133 pagine di COP24 dice proprio questo: se da una parte i 196 governi partecipanti hanno aderito alla convenzione per implementare Parigi 2015, non tutti riconoscono equità tra le richieste fatte ai Paesi più vulnerabili e quelle per i Paesi più ricchi. Indipendentemente da tutto, non è la firma sola dell’accordo che può proteggere il Pianeta: le amministrazioni nazionali devono impegnarsi nel rendere poi operativi i tagli, con la consapevolezza che ciò ha un effetto politico ed economico non indifferente (la cronaca recente della Francia messa a ferro e a fuoco dal movimento dei Gilets Jaunes che protestano contro la tassazione dei combustibili fossili ne è un esempio). 


Dopo COP24: I prossimi passi

L’attuazione pratica dei principi enunciati finora è quindi rimanda a COP25, che si terrà in Cile nel novembre 2019: un appuntamento che sarà fondamentale per definire i dettagli finali del piano di intervento sui cambiamenti climatici, soprattutto sul piano giuridico. Il 2020 sarà poi decisivo: i Paesi che hanno sottoscritto l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici sono chiamati a presentare gli impegni nazionali da attuare dal 2030 in poi. 

Regno Unito e Italia hanno entrambi annunciato la propria candidatura ad ospitare la COP26. Anche al di fuori dei negoziati formali, in tanti si prodigano per il raggiungimento degli obiettivi sul contenimento dei cambiamenti climatici: la Banca Mondiale ha aumentato i suoi investimenti quinquennali di circa 200 miliardi di dollari, e allineerà il resto dei suoi investimenti agli obiettivi dell'accordo di Parigi. 

Maersk, gruppo danese capofila nei trasporti, specie marittimi, vuole raggiungere zero emissioni entro il 2050.

Quasi 400 investitori hanno invitato i governi a eliminare gradualmente il carbone e a smettere di sovvenzionare i combustibili fossili, e decine di aziende leader nel settore dell'abbigliamento (tra cui Adidas, Burberry, H&M Group, Target e molti altri) hanno firmato la Carta dell'industria della moda per l'azione sul clima, sotto l'egida delle stesse Nazioni Unite. E anche il colosso dell’arredamento IKEA si è impegnato a ridurre le emissioni di carbonio dai processi di produzione dell'80% in termini assoluti entro il 2030 rispetto ai livelli del 2016. E la speranza è che, laddove i Governi mancano di coraggio, sia la società civile a dare la spinta nella giusta direzione.


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