La desertificazione tra le sfide globali della sostenibilità

04 Giugno 2018

Non si tratta solo dell’espansione dei deserti già esistenti. Con il termine desertificazione si intende la degradazione del suolo che si verifica soprattutto in aree aride, semi-aride, quelle che gli esperti anglofoni chiamano “dryland”. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (FAO) le definisce come “aree caratterizzate dalla scarsità di acqua che influenza gli ecosistemi naturali e gestiti dall’uomo e limita l’allevamento e la coltivazione di specie vegetali”. In questi ecosistemi fragili e particolarmente sensibili alle modificazioni esterne, le attività dell’uomo e i cambiamenti climatici hanno già creato grandi problemi di degradazione del suolo, che oggi interessa il 30 per cento della totalità delle terre emerse. 

Alla base del problema
Deforestazione, pratiche di irrigazione non sostenibili, agricoltura intensiva, sfruttamento eccessivo possono minare la produttività di un terreno. L’uomo e le sue attività rappresentano in effetti uno dei principali fattori alla base dei fenomeni di desertificazione che diventa più probabile nei contesti in cui si tagliano alberi e vegetazione per far posto a terreni da coltivare, si adibiscono terreni all’allevamento e gli animali li impoveriscono privandoli della vegetazione oppure si riduce la presenza di nutrienti nel suolo con pratiche di agricoltura intensiva. In un terreno reso fragile dall’intervento dell’uomo, l’erosione da parte del vento e dell’acqua, ma anche gli effetti dei cambiamenti climatici in corso rendono la situazione ancora più complessa. Anche le grandi crisi idriche che sempre più frequentemente colpiscono il pianeta anche come conseguenza del riscaldamento globale contribuiscono ad aggravare il problema della desertificazione, con un impatto che va ben oltre la disponibilità di terre coltivabili. Un solo anno di siccità può far perdere a una popolazione decenni di conquiste a livello sociale e dare il via a conflitti che coinvolgono in genere le fasce più indifese e povere della popolazione. Ultimo, ma non certo meno importante, anche l’aumento della popolazione mondiale può contribuire alla desertificazione, dal momento che sono frequenti i casi in cui per far fronte alle esigenze di una popolazione sempre più numerosa si sottraggono terreni alle foreste per adibirli all’agricoltura o si sfruttano in maniera eccessiva e non sostenibile le risorse idriche disponibili. 

Conseguenze a tutti i livelli
Non è un problema dell’era moderna: la desertificazione e la degradazione del territorio esistono da sempre, ma attualmente procedono con una velocità di oltre 30 volte superiore a quelle registrate in passato. Circa due miliardi di persone dipendono oggi da ecosistemi che si trovano nelle dryland, aree a rischio di desertificazione, e il 90 per cento di loro vive in Paesi in via di sviluppo. E se il fenomeno si concentra, almeno a livello geografico in alcune regioni del globo, le sue conseguenze si estendono ai cinque continenti e toccano diversi aspetti del benessere e della salute dell’uomo e del pianeta. Dal punto di vista della sicurezza alimentare, per esempio, solo a causa di desertificazione e siccità si assiste ogni anno alla perdita di 12 milioni di ettari di terre coltivabili, che equivale a perdere circa 20 milioni di tonnellate di un raccolto di cereali. Una situazione decisamente insostenibile in un contesto nel quale la produzione di cibo dovrebbe aumentare del 70 per cento entro il 2050 per poter nutrire la popolazione mondiale. Ma desertificazione significa anche perdite economiche: da una recente indagine emerge che a causa della degradazione del suolo un Paese può trovarsi di fronte a un danno economico pari al 9 per cento del prodotto interno lordo (PIL), con percentuali che possono toccare anche il 40 per cento in paesi particolarmente colpiti dal problema come la Repubblica Centro Africana. Da non dimenticare infine lo stretto legame tra desertificazione e migrazione, come dimostra anche il report prodotto da BCFN in collaborazione con Macrogeo. I flussi migratori sono in continuo aumento e in una percentuale significativa sono in effetti legati ai cambiamenti climatici e alla perdita di produttività del territorio: 135 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare entro il 2045 a causa della desertificazione.

In campo contro la desertificazione
Già nel corso della prima conferenza dei capi di stato sull’ambiente, il Summit sulla Terra di Rio de Janeiro del 1992, la desertificazione è stata indicata tra le principali sfide allo sviluppo sostenibile assieme alla perdita della biodiversità e ai cambiamenti climatici. E fino ai giorni nostri questa attenzione al problema è rimasta viva a livello internazionale come dimostra il fatto che uno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite – il numero 15 – è dedicato proprio alla “Vita sulla terraferma”. In particolare il punto 15.3 afferma: “Entro il 2030, combattere la desertificazione, ripristinare i terreni degradati, inclusi quelli colpiti da desertificazione, siccità e inondazioni e lottare per raggiungere la neutralità nella degradazione del suolo”. Quest’ultima, la land degradation neutrality (LDN) viene definita come “uno stato nel quale la quantità e la qualità di risorse della terra, necessarie a supportare le funzioni degli ecosistemi e ad aumentare la sicurezza alimentare, restano stabili o aumentano”. La hanno definita così i membri della United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD), creata nel 1994 e ancora oggi l’unico accordo internazionale dedicato al legame tra ambiente e sviluppo e la gestione sostenibile del suolo. Oltre a concentrarsi su temi chiave relativi al suolo e al territorio, la UNCCD si impegna dal punto di vista pratico cercando, per esempio, di coinvolgere diversi attori nei propri progetti e aiutando i paesi interessati a identificare obiettivi locali per raggiungere la LDN attraverso il LDN Target Setting Programme (LDN TSP). 


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