È davvero una scelta sostenibile?

15 Marzo 2018

Sostituire la benzina con etanolo derivato dal mais è una grande idea. O forse no. Perché se si inizia ad analizzare davvero il dispendio energetico del processo e i costi sociali e ambientali a esso associati, è facile ricredersi. Quello della produzione di etanolo per carburante a partire dal grano è un esempio emblematico, fuori dalla sfera prettamente alimentare, di come spesso sia facile cadere in errore e considerare sostenibile una scelta che in realtà non lo è, così come ha evidenziato, già quasi 10 anni fa sulle pagine di Scientific American, Michael D. Lemonick, senior writer presso il Climate Central, un think tank nonprofit che a Princeton si dedica attivamente al tema del cambiamento climatico.

E il discorso si complica ancora di più quando si parla di cibo sostenibile e di cibo sano, dove i confini sono quanto mai labili. Basti pensare alla quinoa, sempre più popolare tra i seguaci delle diete sane, ma piuttosto pericolosa per i piccoli agricoltori boliviani, che basano da sempre la propria alimentazione su questa pianta. L’impennata dei prezzi legata alla crescente domanda del mondo occidentale li sta letteralmente portando alla fame. Ecco perché tra chi si lascia trasportare da nuove abitudini alimentari mettendo in ginocchio realtà lontane (come denuncia The Guardian) e chi ha un incessante desiderio di mangiare bio e organico perché lo ritiene migliore, evidenziandone i vantaggi per la salute, la società e l’ambiente come afferma su Huffington Post la blogger del Center for Food Safety Lisa Bunin, è importante sottolineare come spesso “sano” non sia sinonimo di “ecosostenibile”.

Se la discussione è satura quando si parla di carne, che viene prodotta al costo di un impatto ambientale notevole, non è altrettanto immediato fare chiarezza su altre tematiche. Come è infatti emerso qualche anno fa sulla rivista Science, si dovrebbe riconsiderare il consumo di alcuni prodotti come le sanissime mandorle, per via dell’enorme quantità di acqua che adoperiamo per la coltivazione. E ancora, il pesce, presente nelle diete di tutto il mondo, è spesso in prima pagina quando si parla di sostenibilità, soprattutto sul lungo periodo: più che mangiare pesce pescato in modo sostenibile, secondo alcuni dovremmo proprio smettere di mangiarlo in toto.

Una risposta semplice quanto efficace sembra essere riassumibile nel mantra “mangia sano, locale, e solo se è stagione”: significativo il caso delle fragole in California, la cui produzione da sola rappresenta la sesta materia prima più importante dell’assolato stato americano. Le fragole sono senza dubbio attraenti, ragionevolmente nutrienti, gustose, ma vengono consumate tutto l’anno: questo desiderio del consumatore, che vorrebbe sulla propria tavola il succoso frutto rosso anche in pieno dicembre, ha degli effetti notevoli sull’ambiente, a tratti catastrofici, che vanificano la salubrità dell’alimento stesso. Infatti, per rimanere sull’esempio californiano, le fragole riescono a crescere nei quantitativi che conosciamo grazie soprattutto all’ingente utilizzo di pesticidi e fertilizzanti. Di contro, se così non fosse, non solo non sarebbe possibile avere queste quantità di frutta fuori stagione nei supermercati di tutto il mondo, ma i prezzi schizzerebbero alle stelle, diventando così poco convenienti.

Mangiare cibo locale sì, ricordandosi però di non stravolgere le colture, per evitare così di essere controproducenti: come dice Jay Rayner, critico gastronomico britannico, il desiderio incessante di avere del cibo da nominare “locale” porta a una forzatura dei raccolti, e si rivela più dannosa di quanto non sarebbe il semplice trasporto da un’area più lontana. 

Infine, ma non certo per ordine di importanza, anche il cosiddetto “kilometro zero” può essere scambiato erroneamente come sinonimo di sostenibilità. Erroneamente perché, per quanto assurdo possa sembrare, produrre cibo locale può avere gli stessi livelli di emissioni di CO2 rispetto a quello importato. Il motivo? Il volume e il metodo di trasporto stesso: basti pensare e paragonare le navi cargo – sicuramente più efficienti – con un piccolo camion che deve trasportare pochi scatoloni per pochi chilometri. 

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