Dal Rapporto IPBES 2019 un appello verso scelte politiche più coraggiose

21 Giugno 2019

Dal Rapporto IPBES 2019 un appello verso scelte politiche più coraggiose

La Valutazione Globale dell’IPBES esamina le forze che mettono a rischio la biodiversità e gli ecosistemi, studia gli scenari futuri legati alle tendenze in atto o modificabili con nuovi comportamenti, e considera le conseguenze a livello di singoli individui e di scelte politiche da compiere, nell’ottica dei prossimi 30 anni.

L’IPBES, la Piattaforma Intergovernativa Scienza-Politica per la Biodiversità e i Servizi Ecosistemici, è un organismo intergovernativo indipendente creato nel 2012, cui aderiscono 130 stati membri in tutto il mondo.  Nel suo Rapporto 2019 di Valutazione Globale sulla Biodiversità e sui Servizi Ecosistemici (Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services), da poco pubblicato, l’IPBES esamina lo stato della natura e dei suoi ecosistemi. Il Rapporto fa affidamento su circa 15.000 referenze e 150 pareri di esperti in scienze naturali e sociali di oltre 50 Paesi, per valutare i passi avanti compiuti - e quanto resta da fare - nel conseguimento degli obiettivi chiave internazionali, che vanno dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) agli obiettivi globali di Aichi in materia di biodiversità, fino a quelli dell’Accordo di Parigi sul Clima.

 “Se vogliamo porre un freno alla perdita di biodiversità, rallentare il depauperamento delle risorse naturali e conseguire entro il 2030 gli obiettivi inerenti alla biodiversità, al clima e allo sviluppo sostenibile, dobbiamo favorire un cambiamento radicale all’interno delle nostre società, stimolando una rapida e migliore attuazione di scelte politiche più coraggiose, promuovendo catene di approvvigionamento più sostenibili e innovazioni a livello anche istituzionale”, si legge nel rapporto.

Il ruolo della Natura

Il termine Natura assume diverse connotazioni culturali a seconda delle persone. Di volta in volta, può incarnare concetti quali la biodiversità, gli ecosistemi, la Madre Terra, gli ecosistemi e altri concetti analoghi. Sia la natura sia i contributi che la natura offre alle persone, sono vitali per l’esistenza dell’uomo sulla terra e per una buona qualità della vita sul pianeta.

È innegabile che oggi, rispetto al passato, le quantità di cibo, energia e materiali a disposizione dell’uomo sono ovunque in crescita, ma è altrettanto evidente che ciò sta avvenendo a scapito della capacità della natura di fornire gli stessi contributi anche in prospettiva futura. La biosfera, da cui dipende la vita dell’uomo sulla terra, viene attualmente alterata su una scala senza precedenti. La biodiversità - cioè la diversità all’interno delle specie, tra le specie e degli ecosistemi - sta diminuendo più velocemente che in qualsiasi altra epoca nella storia dell’uomo sul pianeta.

Le attività antropiche hanno significativamente alterato tre quarti dell’ambiente terrestre e circa il 66% dell’ambiente marino. Più di un terzo della superficie terrestre mondiale e quasi il 75% delle risorse di acqua dolce sono attualmente destinati alla produzione agricola o zootecnica.

I trend negativi per la natura proseguiranno fino al 2050 e oltre, in tutti gli scenari politici esaminati nella Valutazione Globale, fatta eccezione in quegli scenari caratterizzati dall’adozione di cambiamenti trasformativi - ciò a causa degli impatti previsti legati all’aumento del cambiamento di destinazione dei terreni, all’incremento dello sfruttamento degli organismi e all’intensificarsi dei cambiamenti climatici, anche se con differenze significative tra regione e regione.

Il cambiamento di destinazione dei terreni come fattore chiave 

Il cambiamento di destinazione dei terreni avviene sulla spinta dell’agricoltura, dello sfruttamento delle foreste, e dell’urbanizzazione, tutti fattori associati a inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo. 

Più di un terzo della superficie terrestre mondiale e quasi i tre quarti delle risorse di acqua dolce disponibili sul pianeta sono attualmente destinati alla produzione agricola o zootecnica. La produzione agricola copre circa il 12 per cento di tutte le aree emerse del pianeta libere dai ghiacci. Mentre il pascolo è praticato su circa il 25 per cento delle aree totalmente libere dai ghiacci e su circa il 70 per cento delle zone aride. 

Circa il 25 per cento delle emissioni di gas serra del pianeta è generato dal disboscamento, dalla produzione agricola e dalla fertilizzazione, e il 75 per cento di tali emissioni è riconducibile alla produzione di alimenti di origine animale

L’agricoltura intensiva ha aumentato la produzione alimentare, a scapito però del deterioramento del contributo offerto dalla natura all’uomo in termini di patrimonio immateriale di esperienze/conoscenze e di attività di regolamentazione dell’equilibrio naturale del pianeta, nonostante le pratiche benefiche per l’ambiente siano in crescita. I piccoli coltivatori (con meno di 2 ettari) forniscono circa il 30 per cento della produzione agricola globale e il 30 per cento dell’apporto calorico nutrizionale globale, impiegando circa un quarto del totale dei terreni agricoli e tutelando di regola il mantenimento di una ricca agrobiodiversità. 

Per quanto riguarda la deforestazione, tra il 1990 e il 2015 il disboscamento e la produzione di legname hanno contribuito a una riduzione complessiva di 290 milioni di ettari di copertura forestale autoctona, mentre la superficie delle foreste piantate dall’uomo è cresciuta di 110 milioni di ettari. 

Tutte le attività estrattive sul suolo sono aumentate drasticamente e, pur utilizzando meno dell’1 per cento del territorio del pianeta, causano impatti negativi significativi a livello di distruzione della biodiversità, emissioni di inquinanti altamente tossici, qualità e distribuzione delle risorse idriche e salute umana. 

Per quanto riguarda i sistemi marini, la pesca negli ultimi 50 anni è stato il fattore con il maggiore impatto negativo sulla biodiversità, insieme ad altri fattori significativi. Le catture globali di pesce sono aumentate a causa dell’ampliamento delle zone di pesca e della penetrazione in acque più profonde. Una percentuale crescente di stock ittici marini è sottoposta a sfruttamento eccessivo (33 per cento nel 2015), comprese specie economicamente importanti, mentre il 60 per cento degli stock ittici è pescato in modo quanto più possibile sostenibile; solo il 7 per cento risulta sottosfruttato. 

L’attività di pesca industriale è esercitata su una superficie pari almeno al 55 per cento degli oceani, e si concentra in gran parte nell’Atlantico nord-orientale, nel Pacifico nord-occidentale e nelle regioni in espansione al largo del Sud America e dell’Africa occidentale. I pescatori su piccola scala rappresentano oltre il 90 per cento degli operatori commerciali del settore (oltre 30 milioni di persone) e forniscono quasi la metà del pescato mondiale. Dai dati del 2011, si stima che la pesca illegale, non dichiarata o non regolamentata, rappresenti fino a un terzo delle catture complessive a livello mondiale.

L’urgenza di nuove politiche

Gli obiettivi a beneficio della società nel suo complesso - compresi quelli relativi all’alimentazione, alle risorse idriche, all’energia, alla salute e al benessere umano per tutti, alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici e alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse naturali - possono essere raggiunti tramite percorsi sostenibili, attraverso una rapida e migliore applicazione degli strumenti politici esistenti e attraverso l’adozione di nuove iniziative che coinvolgano più efficacemente l’azione dei singoli individui e della collettività verso un cambiamento trasformativo. 

Poiché le strutture attuali spesso ostacolano lo sviluppo sostenibile e rappresentano di fatto le cause indirette della perdita di biodiversità, è necessario un cambiamento strutturale fondamentale

Secondo gli esperti dell’IPBES, è possibile generare una trasformazione positiva attuando cinque interventi chiave nel campo della definizione delle politiche, così da affrontare i fattori indiretti all’origine dell’impoverimento della natura nel suo complesso:

1. Sviluppare incentivi che favoriscano comportamenti virtuosi, ampliare la capacità di trovare soluzioni virtuose, ed eliminare gli incentivi che generano dinamiche perverse.

2. Riformare il processo decisionale a livello di settore e di segmento, promuovendo l’integrazione tra settori e giurisdizioni.

3. Adottare azioni sulla base del principio di prevenzione e precauzione, che orientino l’azione a livello delle istituzioni regolatorie e gestionali, e delle imprese.

4. Creare terreno fertile per sistemi sociali ed ecologici resilienti, in grado di far fronte alle incertezze e alle complessità.

5. Rafforzare le leggi e le politiche ambientali e la loro attuazione e, più in generale, lo Stato di diritto.

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