Resistenza agli antibiotici, una sfida per la salute di uomini e animali

06 Settembre 2019

Resistenza agli antibiotici, una sfida per la salute di uomini e animali

La resistenza agli antibiotici è la capacità dei batteri di resistere ai trattamenti e deriva anche dall’uso scorretto di antibiotici negli allevamenti. Una buona gestione dei sistemi alimentare può contribuire a risolvere il problema.

Secondo i dati emersi nel corso dell’ultima European Antibiotic Awareness Day, ogni anno circa 33.000 decessi si verificano come diretta conseguenza di un’infezione legata alla resistenza agli antibiotici (AMR, dall’inglese AntiMicrobial Resistance). In altri termini, il peso delle infezioni da batteri nella popolazione europea è pari a quello di influenza, tubercolosi e HIV/AIDS messi insieme. 

Gli esperti dello European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) sottolineano che la principale causa della diffusione della resistenza agli antibiotici resta l’utilizzo di questi farmaci nella pratica medica umana (sia in ospedale che in altri contesti), ma ricordano che anche la filiera alimentare ha un ruolo di primo piano. Non è un caso infatti che numerose iniziative volte a combattere la resistenza agli antibiotici coinvolgano anche enti legati alla produzione e alla sicurezza alimentare, quali l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (FAO), l’Organizzazione mondiale per la salute animale (OIE) o l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA).


Legati al filo dell’antibiotico-resistenza

Dalla catena di produzione del cibo fino all’uomo attraverso vie più o meno dirette, la resistenza agli antibiotici rappresenta un problema di salute pubblica crescente a livello globale. Gli allevamenti, in particolare quelli intensivi, sono fondamentali nel determinare l’insorgenza di resistenza agli antibiotici in diverse specie batteriche, che spesso sono in grado di infettare sia gli animali che gli uomini. Secondo i dati OIE, infatti, il 60% dei patogeni umani sono di origine animale e inoltre, stando ai dati OMS, molte delle patologie legate al cibo che colpiscono l’uomo causando oltre 400.000 decessi ogni anno sono causate da microrganismi. Alla base dell’insorgenza dell’antibiotico resistenza c’è spesso un utilizzo non appropriato degli antibiotici stessi, impiegati in molti paesi per accelerare la crescita del bestiame o per prevenire malattie e non per curare un animale realmente malato. I numeri dimostrano che in alcuni paesi la quantità totale di antibiotici utilizzata per gli animali supera di quattro volte quella usata per gli uomini. Come se non basasse, anche frutta e verdura (contaminate da batteri resistenti attraverso per esempio il contatto con acqua inquinata) possono contribuire a far arrivare questi microrganismi dal campo fino alla tavola.


La salute è una sola

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha incluso l’antibiotico resistenza tra le 10 maggiori sfide alla salute globale del 2019 e si batte attraverso numerose iniziative per cercare di ridurne la diffusione, a partire anche dalla filiera alimentare. “Esseri umani, animali e ambiente sono ugualmente responsabili dell’uso corretto di antibiotici” ha dichiarato Zsusanna Jakab, Direttore Generale OMS per l’Europa, ricordando l’importanza di un impegno condiviso dalle autorità di tutti i settori. L’edizione 2017 del progetto dell’Unione Europea “One Health Action Plan against Antimicrobial resistance” si inserisce perfettamente in questo scenario e si basa su tre pilastri principali: fare dell’Europa una regione di best practice nel contrasto all’antibiotico resistenza, implementare la ricerca e l’innovazione per colmare le lacune nella conoscenza del problema e trovare nuove soluzioni e, infine, intensificare gli sforzi per definire un’agenda globale sulla resistenza agli antibiotici. Come si legge nel report, l’espressione One Health si utilizza proprio per riconoscere quel principio secondo il quale la salute degli uomini e quella degli animali sono strettamente interconnesse e per preservarle al meglio serve un approccio che le includa entrambe, passando anche per la salute dell’ambiente.


Soluzioni a tutti i livelli

La comunità internazionale è ben consapevole dell’importanza di mettere un freno alla diffusione dell’antibiotico resistenza, come dimostrano le numerose iniziative a livello globale. È datato 2015, per esempio, il Global Action Plan dell’OMS sulla resistenza agli antibiotici, poi adottato da OIE e FAO, mentre nel 2016 è stata pubblicata la dichiarazione politica delle Nazioni Unite sull’antibiotico resistenza. Inoltre, un documento di lavoro pubblicato nel 2017 con il supporto dell’Interagency Coordination Group on Antimicrobial Resistance (IACG) ha messo in luce lo stretto legame tra antibiotico resistenza e i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Il problema della resistenza agli antibiotici richiede un livello di coordinamento internazionale senza precedenti (Obiettivo 17) e senza dubbio mette a rischio il raggiungimento di alcuni dei traguardi fissati dalle Nazioni Unite, quali l’eliminazione della fame, la salute per tutti, la disponibilità di acqua pulita e la difesa della vita marina e terrestre (Obiettivi 2, 3, 6, 14 e 15). Anche il raggiungimento di altri Obiettivi, come la riduzione della povertà e delle ineguaglianze e il lavoro dignitoso e la crescita economica (Obiettivi 1, 8 e 10) deve fare i conti, seppur in modo indiretto, con l’effetto negativo dell’antibiotico resistenza. “La strategia più efficace per ridurre la trasmissione dei batteri resistenti agli antibiotici dagli animali all’uomo è prevenire la generazione di tali batteri negli animali da allevamento” spiegano gli esperti dell’OMS che nel 2017 hanno pubblicato le loro linee guida sull’uso negli animali da allevamento di antibiotici importanti a livello medico. Nel documento si raccomanda di utilizzare tali farmaci solo su indicazione del veterinario per trattare gli animali malati e non a scopo preventivo su tutti gli animali in assenza di malattia. E se si deve utilizzare un antibiotico, è meglio partire da una molecola di minore importanza e utilizzo in ambito medico.


L’Europa non sta a guardare

Dal 1 gennaio 2006 in Europa è vietato l’uso di antibiotici nei mangimi per promuovere la crescita degli animali. La lotta all’antibiotico resistenza è proseguita senza sosta in Europa e nell’ottobre 2018 i membri del Parlamento Europeo (MEPs) hanno adottato un nuovo regolamento sull’uso dei medicinali veterinari negli allevamenti che ricorda come un antibiotico non possa in nessun caso essere usato per compensare le scarse condizioni di un allevamento o per aumentare la crescita degli animali. Questo passo è strettamente collegato a quello compiuto qualche mese prima e riguardante l’adozione di un nuovo regolamento sull’impiego di cibo arricchito con farmaci. Ma anche se molti traguardi sono stati raggiunti negli ultimi anni, la strada verso la lotta all’antibiotico resistenza in Europa sembra ancora lunga. Secondo i dati forniti dalla European Public Health Alliance (EPHA), infatti, quasi due terzi (74%) dei 31 stati europei valutati in una recente analisi ha sviluppato o migliorato piani nazionali o iniziative per combattere la AMR, ma le differenze tra gli stati restano ancora troppo elevate. Per esempio solo la metà dei paesi analizzati (51%) ha messo in atto strategie in linea con l’approccio One Health, spesso per mancanza di fondi o di piani ben coordinati tra i diversi attori coinvolti. L’analisi si conclude con una serie di raccomandazioni che gli esperti EPHA indirizzano sia alla commissione europea, sia ai singoli stati membri, allo scopo di coordinare e rendere più efficaci gli sforzi messi campo.

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