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Water economy


Food for sustainable growth

Da sempre si parla del problema della fame nel mondo ma da qualche tempo si è aggiunta anche l’emergenza sete, che riguarda ben un miliardo di persone che non ha accesso a risorse idriche sufficienti.

In pratica una persona su sei ha meno di 20 litri d’acqua dolce al giorno, che secondo la FAO è la quantità minima giornaliera per assicurare a una persona i bisogni primari legati all’alimentazione e alle condizioni igienico-sanitarie.

Di acqua apparentemente ce n’è tanta, ma la domanda aumenta di anno in anno in misura insostenibile se si considerano le reali disponibilità del pianeta. Anche perché l’acqua che noi consumiamo consapevolmente ogni giorno, non è tutta quella in realtà utilizziamo, anzi: ne è solo una piccola parte (non più dell’1%). Infatti ai 20 litri “evidenti” dobbiamo aggiungerne altri 2-5000, ossia quelli necessari per produrre il nostro cibo, insomma una sorta di acqua “virtuale” che è inglobata in ogni prodotto (e non solo quelli alimentari).

Si parla propriamente di “impronta idrica”, per indicare tutta l’acqua virtuale contenuta in ciò che acquistiamo: un valore che nasce dalla somma di diverse componenti. Quella più semplice da calcolare è l’impronta idrica “blu”: l’acqua d’irrigazione o quella prelevata dalle falde o dai bacini idrici che non viene re-immessa nel sistema idrico dal quale proviene. Poi c’è la grey water ossia quella quantità di acqua (teoricamente) necessaria ad abbassare il livello d’inquinante che i processi produttivi determinano (per una coltivazione, ad esempio, dipende dalla quantità di fertilizzante utilizzata). La componente più complessa da valutare è la green water – ossia l’acqua piovana evapo-traspirata – tipica della produzione agricola, che dipende dalle condizioni climatiche locali e dal tipo di specie coltivata.

Sommando tutto insieme, si scopre che per produrre un semplice pomodoro servono 13 litri di acqua, una fetta di pane 40 litri, 100 grammi di formaggio 500 litri, un hamburger 2400 litri d’acqua. Anche in questo caso, costruendo una doppia piramide alimentare e idrica, il BCFN ha scoperto che gli alimenti della dieta mediterranea, per i quali si consiglia un consumo alto e regolare, hanno il minore impatto in termini di consumo di risorse idriche. Mentre quei cibi per i quali si consiglia un consumo moderato sono quelli con la più alta impronta idrica. In pratica, il consumo d’acqua virtuale giornaliero per alimentarsi può variare da circa 1500-2600 litri, se si sceglie una dieta vegetariana, a circa 4000-5400 litri in caso di una ricca di carne.

Quindi chi adotta abitudini alimentari maggiormente “idrovore”, ad esempio troppo ricche in grassi e zuccheri, peggiora il benessere suo e del pianeta. Le piramidi alimentari, ambientale e idrica, elaborate dal BCFN, sono state selezionate dal Comitato del World Water Forum di Marsiglia tra i migliori modelli alimentari per la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse idriche.


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